Cosa significa realmente fare un percorso spirituale

Ultimamente tutti parlano del proprio percorso spirituale, tutti dicono di fare un percorso spirituale. Poi però osservo bene queste persone e resto perplessa perché, ad esempio, vedo individui che si dichiarano buddhisti e che non hanno capito niente del non attaccamento, vedo gli antroposofi diventare quasi arroganti perché secondo loro “questa è l’unica via giusta per l’uomo occidentale”, vedo gente fare yoga, parlare di amore e al tempo stesso sputare veleno sullo straniero; vedo persone professarsi spirituali che poi però odiano. Insomma, nel mondo della spiritualità io vedo miliardi di incongruenze.

In realtà credo che il fraintendimento nasca proprio dalla dicitura “percorso spirituale”.

E’ infatti una dicitura incompleta perché il percorso per evolversi (cioè per migliorare se stessi e la propria vita) non è solo spirituale ma soprattutto personale e psicologico. O, se vogliamo, affinché sia spirituale deve essere necessariamente anche personale e psicologico. Uno che non lo sa, però, crede che sia sufficiente cambiare religione o mettersi a meditare.

Fare un percorso spirituale significa fare qualcosa di pratico per riavvicinarsi a Dio.

Ora, per la maggior parte delle persone questo “fare qualcosa di pratico” significa meditare, fare yoga, recitare mantra e fare altre cose “comandate” da una religione (o da un mix di religioni e credenze varie personalizzate)  in genere orientale (ora va di moda il buddhismo, ammettiamolo).

Quindi: una persona medita ed è convinta che sta facendo il suo percorso.

Bene: questa persona in realtà non ha capito niente. O meglio, ha capito parzialmente, perché il cosiddetto percorso spirituale deve essere necessariamente accompagnato da un approfondito lavoro  per conoscere  se stessi, conoscere i propri lati ombra ed armonizzarli.

Il percorso è sì spirituale, perché ti porta a ricollegarti con te stesso e quindi con Dio, ma deve essere  anche psicologico perché bisogna scavare dentro di sé, maneggiare i propri scheletri impolverati, inorridire di fronte ad essi e trasformarli. Se non fai questo (ovviamente con l’aiuto di una persona competente) non stai facendo niente, in realtà, per evolverti. 

D’altronde le ripetute relazioni proiettive in cui cadiamo, i continui giudizi in cui cadiamo, il continuo disamore in cui cadiamo sono la prova che il percorso spirituale, così come oggi viene comunemente inteso, è carente di qualcosa.

Una volta integrati – e armonizzati – i lati ombra, emergerà il proprio vero carattere. Uno dice: “Tizia è  sempre buona e tranquilla.” Ma sicuro che quello è il suo carattere? Non è che quell’apparente tranquillità nasconde le sue paure?

Un  percorso evolutivo è innanzitutto lunghissimo (mi fanno sorridere quelli che pensano di poter ottenere tutto subito… ma poi… ottenere cosa?); inoltre dovrebbe anche aiutarci a  puntare alla realizzazione della nostra missione, il che significa: vivere secondo la nostra vera natura.

Se fai meditazione ma poi vivi contro la tua natura, probabilmente non stai andando nella giusta direzione.

Poi certo, uno deve anche scegliere in cosa credere: credo nella reincarnazione? Credo nel karma? Allora farò di tutto per seminare bene (invece vedo molti sedicenti buddhisti seminare odio, pagare  in ritardo, puntare il dito sul prossimo ecc. e mi chiedo: “ah, ma non si doveva seminare bene?”)

A mano a mano che la persona fa questo percorso, a mano a mano che la persona si conosce e si accetta, a mano a mano che la persona armonizza i propri difetti trasformandoli in virtù,  inizia a sperimentare un senso di serenità interiore, di amore verso tutti e tutto. La persona che ha fatto veramente un percorso la riconosci perché non giudica, perché è comprensiva, perché si fa rispettare, perché si fa valere ed invita gli altri a fare altrettanto. La riconosci perché aiuta ma non si fa sfruttare, perchè onora la natura, perchè ama gli alberi, perché sente Dio ovunque ed emana spiritualità dal suo stesso volto. La riconosci perchè ha sofferto e quindi ti capisce, si commuove con te, ma non si fa schiacciare. La riconosci perchè è solida, perché è matura.

La vera conquista è però sicuramente  la capacità di amare: non l’amore come sensazione, non l’amore inteso come innamoramento ma l’amore che si è appreso, quell’amore legato alla conoscenza, al rispetto, alla coerenza: perchè se dici di amare la natura ma poi inquini l’ambiente allora c’è qualcosa che non mi torna; se dici di amare il prossimo ma poi giudichi, non stai amando. Se dici di amare il tuo partner ma sei possessivo non lo ami. L’amore si impara e tutto il percorso dovrebbe in realtà ruotare proprio intorno a questo obiettivo: imparare l’amore. Verso se stessi, verso gli altri, verso il cosmo.

E l’amore si può imparare anche senza essere buddhisti e anche senza praticare yoga. Fidatevi.

Altrimenti puoi fare miliardi di “percorsi” ma non serviranno assolutamente a nulla, se non a confonderti la testa,  perchè continuerai a sentirti scollegato dal resto dell’universo. Avrai appreso molte cose a livello tecnico e nozionistico, ti sarai evoluto forse culturalmente… ma finisce là.

© Dhyana C. Tutti i diritti riservati.

 

Leggi anche:

Il vero amico non è colui che ti chiama sempre ma colui che ti aiuta ad essere libero

Quelli che “a me non piacciono le etichette”

Water violet: il fiore di Bach per le persone sagge che tendono a ritirarsi dal mondo

Quando le gabbie mentali servono

Precedente Heather: il fiore di Bach per le persone che hanno sempre bisogno di parlare tanto Successivo Fiori di Bach e fiori australiani a confronto: alcune cose da chiarire