Quelli che “a me non piacciono le etichette”

Quante volte ho sentito dire – e ho detto io stessa in passato – “a me non piacciono le etichette”.

Sembra che ci sia un senso di libertà nel dirlo, sembra che si sia davvero anticonformisti, che ci si elevi al di sopra degli altri. In realtà oggi la penso diversamente, o meglio ammetto – con sincerità – che quando  lo dicevo, lo dicevo perché davvero non mi conoscevo abbastanza e avevo paura che gli altri mi avrebbero fraintesa se mi fossi inserita in un qualcosa di cui non ero sicura. Vedevo infatti le categorie come qualcosa di rigido; oggi invece ho un’opinione diversa.

Le cosiddette etichette hanno la funzione di delimitare delle categorie, e su questo non ci piove. Diciamo anche che, in un’epoca storica come la nostra, in cui il crescente isolamento porta le persone a volersi sentir parte di un gruppo, c’è anche un certo desiderio a volersi inserire in un settore per avere la sensazione di condividere qualcosa. C’è quindi una tendenza ambigua: si desidera la categoria perché fa sentire – spesso-  uniti  ma al tempo stesso la si vede come una gabbia.

Che le categorie siano limitanti è vero (e questa é una delle prime cose che ti insegnano quando studi Antropologia culturale: Lévi Strauss si chiedeva: “dove finisce la natura e dove inizia la cultura?”) ma una volta che uno è consapevole di questi limiti, è anche libero di usare le categorie come meglio crede, entrando ed uscendo da esse con flessibilità e spirito di adattamento. Ad esempio: io non mangio né carne né pesce, non compro latticini (ma i gelati li mangio) e di uova mangio quasi esclusivamente quelle delle galline allevate in campagna. Non rientro nella categoria “vegana” ma neanche in quella “vegetariana” quindi dico “sono vegetariana tendente al vegan”. Nel dirlo, non mi sento meno libera di come potrei sentirmi se dicessi “mangio questo però non mangio né quello né quell’altro”. Quando vado al ristorante chiedo un menù per vegetariani, non chiedo un menù “per chi non mangia né carne né pesce, compra i gelati ma non i latticini e di uova solo quelle della campagna”. Tanto per capirci.

Molti pensano invece, come io credevo in passato, che le categorie, e quindi le etichette, tolgano la libertà e ingabbino le persone. In questo modo innescano una vera crociata contro l’etichetta ma è una crociata senza senso perché nel mondo occidentale, in questa realtà storica, nel 2018,  le categorie servono per farsi capire dagli altri, per facilitare il processo comunicativo, servono per comodità, per fare ordine. E allora? Cosa c’è di male? L’importante è non identificarcisi. Se uno ci si identifica – o ha paura di usarle –  secondo me  o non ha ancora capito bene chi è o ha paura di essere fagocitato in qualcosa, perché probabilmente non si sente ancora del tutto padrone della propria vita.

Gli approcci distruttivi, per quanto possano apparire rivoluzionari, secondo me nuocciono alle cause stesse. Credo invece che un approccio critico e ragionato sia molto più realistico e adatto ai tempi di oggi; la realtà va cambiata, ma con metodo e consapevolezza. Inoltre ho verificato, nella mia esperienza personale, che non è affatto vero che chi fa parte di uno stesso gruppo, e quindi condivide la stessa categoria,  ha ideali comuni. Proprio per niente.

© Dhyana C. Tutti i diritti riservati.

 

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