Che cos’è l’intelligenza (secondo me) e cosa penso dei test per valutare il Q.I.

Sembra ovvio ma… che cos’è l’intelligenza? E perché viene ancora confusa con la cultura scolastica e con la capacità di risolvere calcoli matematici?

Ancora oggi si ha un’idea vaga dell’intelligenza, infatti se proviamo a chiedere a dieci persone di darci una definizione di essa, ognuno darà risposte diverse.

Vi dirò cosa penso.

1) Credo che molto spesso si tende a confondere l’intelligenza con le predisposizioni. Gardner ha delineato 9 tipi di intelligenza; la sua teoria è interessante ed io la condivido, però in realtà secondo me è un po’ fuorviante affermare che si tratti proprio di nove tipi di intelligenza. Io penso che esistano più che altro delle predisposizioni attraverso le quali ognuno apprende le cose in maniera diversa. Queste predisposizioni (che lui chiama intelligenze multiple) sono sicuramente visibili dall’infanzia e sono indubbiamente innate ma restano, a mio avviso, solo delle predisposizioni, delle piste da seguire.

2) Per quello che ho potuto vedere, la vera e propria intelligenza si sviluppa  (e cresce) con il tempo attraverso la giusta somministrazione di stimoli (giochi, viaggi, esperienze, problemi ecc.). L’intelligenza andrebbe quindi considerata come un qualcosa di mutevole e di dinamico, come un perfezionamento elegante delle proprie predisposizioni (predisposizioni che diventano abilità e abilità che danno vita all’intelligenza).

3) Essere davvero intelligenti (a prescindere dalle proprie predisposizioni) secondo me significa:

– porsi domande, cioè avere la capacità di dubitare delle cosiddette verità assolute (spirito critico, che si impara quando si è già grandicelli);

–  valutare varie possibilità;

– cambiare idea se ci sono nuovi elementi (a proposito del cambiamento, Einstein diceva che “la misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario”);

– scegliere le giuste strategie per risolvere problemi (ragionando in base all’obiettivo);

– adattarsi all’ambiente, alle persone e alle varie circostanze della vita (senza andarci a rimettere).

Aggiungerei anche che l’intelligenza presuppone una certa dose di sensibilità, dove per sensibilità non intendo l’emotività, bensì la capacità di guardare oltre, cioè di percepire la realtà oltre quello che viene comunemente visto e sentito.

Di riflesso penso che più una persona cresce più dovrebbe diventare intelligente, perché impara a vivere e si arricchisce continuamente con nuovi stimoli.

4) Per questo motivo mi distacco da tutte le teorie sui test di intelligenza (sulla cui dubbia attendibilità sono stati scritti fiumi di parole) poiché la maggior parte di essi vertono su abilità percettive e logico- matematiche: il risultato che esce indica semplicemente che il soggetto ha risposto bene (o male) a quei quesiti. Tutto qui.

Se una persona prende un punteggio troppo alto ad un test psicometrico  possono succedere due cose:

a) se è già una persona grande, potrebbe iniziare a sentirsi un dio  (una mia conoscente si vantava spesso del suo punteggio. Indubbiamente era molto abile in matematica e molto colta, ma la sua chiusura mentale e la sua presunzione la rendevano agli occhi degli altri una donna “brava a scuola ma stupida nella vita”, nonostante l’altissimo q.i.);

b) nel caso di bambini piccoli c’è il rischio che i genitori, entusiasti per il punteggio, stressino il figlio precocizzando delle tappe perché “tanto è intelligente” col rischio che il fanciullo, oltre a stancarsi, vedrà cadere la sua autostima al primo fallimento perché gli è stata costruita un’immagine distorta di sé (voglio qui ricordare che è dannoso precocizzare degli insegnamenti al bambino: se il bambino impara spontaneamente ok, ma insegnargli, ad es. a leggere e scrivere troppo presto perché “tanto è intelligente” può causargli gravi danni negli anni successivi).

Nel caso di punteggio troppo basso ad un test  la persona potrebbe convincersi, invece,  di essere stupida con altrettanti danni sulla sua autostima (chi pensa di essere poco intelligente ha molte probabilità di interrompere gli studi e di non realizzarsi nella vita).

Nella mia esperienza con i bambini ho potuto vedere che ognuno ha un’area in cui dà risultati migliori (quell’area “personalizzata” che Gardner chiama intelligenza). Il mio suggerimento è di utilizzare principalmente quell’area per favorire l’apprendimento (ad es., se un bambino impara molto bene con la musica gli si potrà insegnare inglese con la musica; se un bimbo impara “facendo” e ha voglia di muoversi gli si insegnerà inglese giocando all’aperto e così via). Inoltre suggerisco  di dare i giusti stimoli al bambino per fargli sviluppare  lo spirito critico (ovviamente ad un’età adeguata, non quando è troppo piccolo), aiutandolo a diventare sempre più intelligente a mano a mano che cresce. Senza fretta e senza stress. (E senza competizione con gli altri bambini: i figli non devono essere usati come trofei!)

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