Questa cosa che se si dà lei a qualcuno questo risponde sempre con “dammi del tu, per favore” sta diventando, a mio avviso, quasi grottesca. Voglio dire, ci sono delle regole sociali: quando si parla con qualcuno per la prima volta, quando non si è in confidenza con qualcuno e si desidera mantenere una distanza si dovrebbe dare del lei e in certe circostanze formali è doveroso dare del lei. Certo, dipende dal contesto (ad es. se una mia cara amica mi presenta il suo compagno gli darò del tu) e  che poi questo “lei” si possa trasformare in un “tu” è innegabile, ma non si può sempre dare del tu a tutti e pretendere che l’altro sia felice – e disposto – a fare altrettanto. “Dammi del tu ché sennò mi sento vecchia”! Ma stiamo scherzando? Come se invecchiare fosse una cosa vergognosa e come se il lei si debba dare solo agli anziani. Io a volte ci ho provato, a dare del tu a chi me lo chiedeva, ma non mi usciva perché quella distanza volevo mantenerla.

Infatti, dare del lei significa semplicemente mettere una sana e giusta distanza, che fa bene a tutti e due. Ché a me tutto ‘sto finto “volemose bene” e “semo tutti amici” non mi piace per niente e non mi convince. Un po’ come quando vai allo stesso supermercato per la seconda-terza volta e ti senti chiamare “amore – tesoro – cara – ciccia…” Voglio dire… ma… ci conosciamo?

Ha perfettamente ragione Umberto Eco nel dire che con questo uso indiscriminato del tu si crea una finta familiarità. E’ vero! E’ una familiarità finta! Perché dobbiamo fingere di essere tutti amici? Perché dobbiamo eliminare ogni traccia di formalità? Eco parla di perdita della memoria culturale (cito il link in fondo, insieme a quello di un interessante articolo di Mario Ajello apparso nel 2015 su Il Messaggero); io invece mi chiedo: di cosa si ha paura al giorno d’oggi? Forse ci sentiamo troppo soli e allora cerchiamo in questo tu indiscriminato un patetico surrogato di compagnia? Devo comunque ammettere che in alcune aree geografiche, come ad es. in Abruzzo, dare del tu ad uno sconosciuto è considerato normalissimo e “più comodo” del lei; tuttavia in questa stessa area si dà del lei ad es. ad un insegnante, ad un anziano che non si conosce – ma non sempre –  o ad un professionista “riconosciuto”. In poche parole in Abruzzo il lei non viene usato propriamente per dare distanza (come dovrebbe essere!) bensì come modo per riconoscere all’altro uno status più elevato. Ricordo ad esempio un episodio in pizzeria dove ero con varie persone, tra cui alcune più grandi di me e che avevano, quella sera, un aspetto molto professionale: a me e a certi altri invitati il cameriere diede del tu, agli altri del lei. 

Pur essendo abruzzese e pur amando la cultura “familiare” della mia terra,  io credo che certe distanze – soprattutto con chi ancora non si conosce  bene e soprattutto in alcuni contesti (ad es. lavorativi) siano sane, anche perché le persone poi non ci mettono nulla a prendersi troppa confidenza: secondo gli studiosi Brown e Levinson (autori di Politeness. Some universals in language usage, 1987) i parlanti, infatti, pesano le proprie parole basandosi  sulla distanza sociale tra i due interlocutori, sul loro livello di potere e sul grado di imposizione dell’enunciato. Sebbene a volte possa anche non essere così, io credo che la distanza resti  la prima cosa che si guarda quando si gestisce una conversazione. E comunque non è vero se si dà del lei a qualcuno lo si mette per forza a disagio: il lei è simbolo di una certa distanza e mantenerla è a mio avviso un grande segno di rispetto, di prevenzione e di educazione (e tra l’altro è possibile scherzare e divertirsi anche dandosi del lei).

Autrice: Dhyana C. – Verde speranza blog (www.verdesperanza.net)

Per approfondimenti:

Ajello, M. (2015)  Etica e grammatica: dare del “lei” per salvare ruoli e identità

Eco, U. (2015)  Così il darci del Tu rischia di impoverire la nostra memoria e il nostro apprendimento

Ultima modifica all’articolo: 2 febbraio 2020, ore 14:12.

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