Nelle relazioni d’aiuto, così come nell’antropologia culturale, una delle prime cose che si insegna è che non si deve giudicare, che giudicare impedisce una reale conoscenza dell’altro e poi non lo si riesce neanche ad aiutare adeguatamente. Ma se proviamo a definire cos’è il giudizio credo che pochi riescano a darne una definizione esauriente. Sappiamo infatti che il giudizio è una valutazione in termini di valore o disvalore in riferimento a come una persona o una cosa ci appare. Ok, ma se la mettiamo così… tutto è giudizio, anche dire “Sara è una bella ragazza!”

Qual è quindi il confine tra descrivere (cioè valutare qualcosa in maniera soggettiva) e giudicare?

Sono partita dall’articolo di Carla Fiorentini Cosa vuol dire giudicare, con il cui contenuto mi sono subito trovata d’accordo, ed ho deciso di approfondire la questione esprimendo quello che penso.

VALUTAZIONE PERSONALE. La valutazione personale ha a che fare 1) con l’osservazione obiettiva di una situazione, 2)  con un successivo ragionamento logico, 3) con l’espressione di una valutazione alla quale manca il senso di superiorità (e la presunzione) che invece condisce il giudizio. Se io dico “Sara è molto colta” oppure “questo libro è scritto malissimo”  io sto descrivendo la realtà per come io l’ho osservata; posso argomentare la mia posizione (spiegando, ad esempio, per quale motivo quel libro è scritto male) e metto in conto che potrei anche sbagliarmi. La valutazione personale è quindi qualcosa di più simile ad un’opinione, rappresenta l’espressione della mia personale verità ed è formulata senza  malizia.

GIUDIZIO. Nel giudizio, quello a cui diamo l’accezione negativa, c’è qualcosa di più di un semplice sentimento di valore o disvalore: come dice anche la Fiorentini c’è prima di tutto 1) una mia interpretazione della realtà (badate bene: non osservazione, bensì interpretazione!),  2) un’associazione mentale che poiché vale per me do per assodato che valga per tutti, cioè ritengo che ciò che io interpreto sia una verità assoluta e sulla base di questo mio pensiero mi faccio un’idea della situazione; poi 3) attribuisco – con un certo senso di superiorità – un’etichetta di valore o disvalore a tale situazione.

Mi spiego: se per me sposarsi e avere figli significa realizzarsi nella vita e conosco una donna che a 45 anni non si è sposata e non ha figli, io penserò che non si sente realizzata nella vita (e che nessuna donna ci si sentirà!) trasferendo su di lei la mia idea di realizzazione, ma magari quella donna si sente, al contrario, assai realizzata.  Parto quindi da un dato reale (non si è sposata), lo interpreto a modo mio  e  attribuisco un mio giudizio.

La differenza principale tra valutazione e giudizio è quindi che nella valutazione si parla dopo aver osservato la realtà (e non ci si esprime con cattiveria), nel giudizio – invece – la realtà  viene interpretata a modo proprio e il sentimento di cattiveria è chiaramente percepibile.

Abbiamo quindi, nel giudizio,  una chiusura mentale, una non volontà di aprirsi al mondo interiore dell’altro. Non ci si chiede se i propri parametri  siano gli stessi dell’interlocutore e – non solo! – si trasferiscono i propri processi mentali sull’altro. Chi giudica, quindi,  vede tutti (e tutto) sulla base del proprio  mondo interiore e dice poi che Tizio e Caio si comportano bene o si comportano male, ma lo fa attraverso una visione totalmente distorta del mondo e  con un sentimento negativo verso il prossimo. Dietro ad una tendenza molto giudicante vi è quasi sempre la paura di essere umiliati (e quindi ci si “difende” criticando l’altro). 

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PREGIUDIZIO. Il pregiudizio è una sentenza espressa senza conoscere ciò di cui si sta parlando o senza averne fatto esperienza diretta. E’ una sorta di semplificazione stretta, in cui non c’è neanche lo sforzo di fare un ragionamento. Nel pregiudizio il giudizio è già quasi sempre negativo e rispecchia l’idea che il parlante ha di quella situazione, idea che per lui corrisponde a realtà. Se ad esempio mi propongono di andare in Toscana e io, pur non essendoci mai andata, dico “Non vengo perché la Toscana è orribile”, quell’ “è orribile” è un pregiudizio perché sto giudicando un luogo senza conoscerlo. Cioè, faccio passare per vera un’idea che esiste solo nella mia mente e non solo: agisco (o non agisco) di conseguenza (cioè non ci vado). Il pregiudizio è quindi molto limitante e pericoloso per la crescita personale dell’individuo e per la società in generale poiché porta ad agire sulla base di idee non fondate su fatti reali.

Autrice: Dhyana C. – Verde speranza blog (www.verdesperanza.net)

N.B. Questo articolo, sebbene riporti come giorno di pubblicazione il 14 giugno 2018, è stato scritto precedentemente (sempre nel 2018) ed era già uscito sul Verde speranza blog ospitato da Wix e Altervista. – Ultimo aggiornamento all’articolo: 19 febbraio 2020, ore 15:46.

Per visionare l’articolo da cui sono partita —> C. Fiorentini, Cosa vuol dire giudicare (presente sul suo sito  Didattica e comunicazione)

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