Se dieci anni fa qualcuno mi avesse detto che nel 2016 avrei ricominciato a fare l’albero di Natale non gli avrei mai creduto, ma ancor di meno gli avrei creduto se mi avesse detto che un giorno avrei rifatto addirittura il presepe!
Io ero una di quelle persone che odiava il Natale, davvero lo disprezzavo. Ero una di quelle che appena nei negozi si iniziava a vedere qualche addobbo diceva “oddio… no… il Natale!” come se fosse una malattia; fare i regali mi metteva un certo disagio e quando vedevo tutta quella gente felice per il Natale davvero non capivo: “una festa obbligata” – pensavo.  Però, sotto sotto, una cosa la notavo bene: loro erano felici ed io no. E questa cosa mi dava ancora più rabbia.

Sono passati un po’ di anni. La morte improvvisa di mio padre ha cambiato qualcosa dentro di me. Ricordo l’ultimo Natale in cui c’era anche lui… a lui piaceva che ci fosse qualche decorazione natalizia in casa e anche se tutte noi odiavamo il Natale ci sforzavamo un po’ di accontentarlo. L’albero era sempre quello già pronto, fatto di acqua e farina, figurati se lo facevamo realmente… ma quell’anno – l’ultimo anno – fui io la prima a tirare fuori le decorazioni e le mie amiche mi dissero: “dai, vedrai che piano piano il Natale ti piacerà”.

In alcuni momenti di pace interiore  osservavo le persone e devo dire che mi piaceva molto il fatto che si incontrassero, mi piaceva questo fare ciò che durante l’anno non fai, mi piaceva questa messa di mezzanotte a cui tutti andavano solo ed esclusivamente in quell’occasione. Eppure per diversi anni ho continuato a scrivere “ma quando finiranno queste feste??” La verità è che avevo il cuore completamente chiuso, nonostante fossi convinta di averlo aperto.

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Nel 2012 mi sono sbattezzata e non mi sono mai pentita di averlo fatto perché ho una mia spiritualità, condivido i principi del cristianesimo ma non mi sento cattolica. Credo che lo sbattezzo abbia rafforzato ancora di più, in quel periodo,  la mia distanza dal Natale: se potevo dare una chance all’albero figuriamoci se potevo darla al presepe: “Gesù non si sa realmente quando è nato! Non ha senso fare il presepe!”
Ho continuato così per un po’… finché la proprietaria del mio appartamento, vedendo la mia casa completamente spoglia, mi regalò un piccolo albero natalizio. Lo accettai, sebbene non misi su neanche una pallina. L’anno successivo  la madre di un mio alunno mi regalò anche lei un alberello, con tutte le palline, un po’ come quello che facevo da bambina. Colma di un insolito entusiasmo lo portai a casa  e lo addobbai. Rimettere quelle palline fu un po’ come rincollare dei cocci rotti, a tutt’oggi penso che sia stato un gesto fortemente terapeutico.

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Ma il vero colpo di scena ci fu lo scorso anno quando, durante la notte di Natale, ebbi l’istinto di tirare fuori la statuetta di Gesù bambino, pensando: “è da tanto che non ci parliamo…”.  E così pochi giorni fa, mentre ero in giro per regali, non ho resistito: ho comprato anche Maria, Giuseppe e l’asinello realizzando così, insieme a quel simpatico bue che già avevo, un piccolissimo presepe. Davvero, non me lo sarei mai aspettata da me stessa.
E non mi importa se Gesù forse non è nato il 25 dicembre e se quello del 6 gennaio probabilmente era addirittura un altro bambino, perché ho capito che il Natale in realtà è un’occasione ed è un grande simbolo, e che tutti questi sono simboli, simboli profondissimi, di rinascita e di connessione con se stessi. E solo con un cuore aperto si possono comprendere pienamente.  Il momento in cui il cuore è nella sua massima apertura si può ricevere la luce che finalmente, con il riallungarsi delle giornate, ricomincia a brillare, sia fuori che dentro. Indipendentemente da chi sei, a Natale – se vuoi – puoi rinascere. Questo l’ho capito. E sono felice di essere riuscita ad andare oltre il mio cinismo, sebbene ci sia voluto molto tempo, perché – davvero –  era il regalo migliore che mi potessi fare.

Autrice: Dhyana C. – Verde speranza blog (www.verdesperanza.net)

Ultima modifica all’articolo: 29 dicembre 2019, ore 16:49.

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