Jung: la separazione da Freud e l’idea di inconscio collettivo

«Mi ricordo ancora delle parole di Freud: “Mio caro Jung, mi prometta di non abbandonare mai la teoria della sessualità. Lei mi capisce, dobbiamo farne un dogma, un solido bastione.” Disse questo con voce appassionata, nel tono di un padre che raccomandasse al figlio di andare a messa tutte le domeniche. Stupito gli chiesi: “Un bastione? E contro chi mai?” Replicò: “Contro la nera marea di fango…” Esitò un istante e completò il suo pensiero: “…dell’occultismo.”

Le parole bastione e dogma mi lasciarono molto perplesso giacché un dogma, ossia una dichiarazione assoluta di fede, si instaura soltanto quando si vuol soffocare ogni dubbio una volta per tutte e non ha certo nulla a che vedere con il criterio scientifico.»

Queste parole di C. G. Jung (1875-1961) ci indicano chiaramente il motivo per cui lui, medico svizzero e fondatore della psicologia analitica, si discostò da Freud –  di cui inizialmente era allievo. Freud aveva infatti un modo esclusivo di vedere l’inconscio: per lui nell’inconscio ci sono solo traumi, soprattutto sessuali; per Jung invece l’inconscio contiene tutto ciò che non si è potuto esprimere quindi sì, ci saranno i traumi, ma ci saranno anche tantissime potenzialità (creatività artistica, assertività ecc.). Possiamo dire quindi che Freud guarda al passato e ci guarda con dolore, Jung invece era più possibilista ed ottimista. Questo approccio gli veniva probabilmente anche dai suoi numerosi ed eterogenei studi sui vari ambiti delle scienze umane: psicologia, astrologia, mitologia, antropologia culturale, filosofie orientali. 

Il pilastro della psicologia analitica è l’idea dell’inconscio collettivo, popolato dagli archetipi. Gli archetipi sono dei princìpi (il cosiddetto piccolo popolo) comuni a tutti gli uomini e si manifestano a noi attraverso delle immagini simboliche (come succede spesso nei sogni). Esempi di figure archetipiche sono: la dea madre, il cercatore, il giullare, il sovrano, l’innocente, l’orfano, il guerriero, il vecchio saggio, ma anche il bosco, il viaggio, il regno ecc. L’archetipo del guerriero potrebbe manifestarsi oniricamente con un soldato, quello dell’orfano con un bambino abbandonato, quello del vecchio saggio con un nonno e così via. Noi non abbiamo, quindi, esperienza dell’archetipo in sé e per sé ma del rispettivo simboloNessuno ha mai dimostrato l’esistenza degli archetipi ma si ritiene che l’inconscio collettivo sia qualcosa di innato, mentre quello individuale si plasma – chiaramente – attraverso la crescita dell’individuo.

Secondo l’approccio junghiano, se gli archetipi si attivano in maniera sana si avrà un complesso sano, se si attivano in maniera non sana si avrà un complesso che potrebbe portare  ad una nevrosi. Per Jung quindi il complesso c’è sempre, perché serve a far sì che l’archetipo possa manifestarsi nella nostra vita; è il modo di viverlo che fa la differenza: ad es. una madre manipolatrice, che ricatta emotivamente i figli facendo venir loro i sensi di colpa sta vivendo in maniera negativa il complesso relativo all’archetipo della dea madre. Armonizzandosi lo vivrebbe in maniera sana.

Per Jung la totalità della psiche si chiama ed è composta da:

io (o ego): è la parte cosciente, diremmo la nostra personalità più autentica;

persona: è la parte di noi che mostriamo agli altri (in termini astrologici la definiremmo ascendente);

animus: è l’energia maschile che si manifesta con l’azione, l’autocontrollo, la razionalità, la costanza, la capacità di prendere decisioni, la volontà, la fermezza;

anima: è l’energia femminile che si manifesta con l’accoglienza, l’ascolto, l’empatia, l’accudimento, l’alleanza, la ricettività, il sentimento, il presentimento;

ombra: è l’inconscio personale, pieno di ricordi più o meno belli, ma anche di potenzialità represse perché sgradite all’ambiente circostante. L’ombra si manifesta soprattutto attraverso i meccanismi di proiezione e di difesa. E’ importante incontrare e conoscere la propria ombra altrimenti non si cresce.

Jung riteneva che nella prima parte della vita sia molto importante sviluppare l’Io affinchè possiamo essere indipendenti e staccarci dai genitori; nella seconda parte della vita invece – secondo lui – bisogna sviluppare il Sé cioè capire cosa davvero vogliamo fare, seguire le nostre vocazioni e realizzarci pienamente. Si potrebbe dire, quindi, che sviluppare il Sè equivalga a sviluppare la nostra vera natura. E’ molto importante fare questo nella seconda parte della vita: se non ascoltiamo il nostro Sé esso ci manda segnali attraverso sogni, incidenti e disturbi fisici.

Autrice: Dhyana C. – Verde speranza blog (www.verdesperanza.net)

N.B. Quest’articolo, sebbene riporti come giorno di pubblicazione il 14 giugno 2018, è stato scritto precedentemente (tra il 2017 e il 2018) ed era già uscito sul Verde speranza blog ospitato da Wix e Altervista. – Ultimo aggiornamento all’articolo: 2 ottobre 2019, ore 01:53.

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