La psicoterapia vista da un’ex paziente

Ho frequentato per molti anni studi di psicologi e psicoterapeuti; la prima volta che entrai in uno di questi studi avevo 15 anni e avevo semplicemente voglia di parlare con qualcuno. Andavo insieme ad una mia amica al consultorio familiare, la prendevamo come una chiacchierata, finché un giorno la psicologa ci disse: “è bene che voi due non veniate più insieme perché vi influenzate a vicenda.” Da lì capii che quei consulti erano qualcosa di più serio di come noi li avevamo ingenuamente presi; la psicologa si accorse anche che avevamo problematiche diverse, così io e la mia amica ci dividemmo. Da lì ebbe inizio una frequentazione a fasi alterne di vari studi e vari approcci e posso quindi dire, con una certa sicurezza, alcune cose che ho imparato sulla mia pelle (e sulla pelle di amici e conoscenti).

Innanzitutto, avere il titolo di psicologo o di psicoterapeuta non significa necessariamente essere seri né essere competenti, tanto meno significa essere profondi e/o essere sensibili: come in ogni professione, la differenza la fa sempre l’operatore, così ci sono persone che fanno questo mestiere per vocazione e che sono “pulite dentro” perché hanno fatto – come si dovrebbe – un buon percorso, altre invece sarebbero veramente da radiare. Ricordo una psicoterapeuta che mi urlava in faccia e che si sfogava con me dei problemi che aveva con suo figlio, sua nuora ecc. (praticamente la psicoterapia gliela facevo io!), quindi non so fino a che punto sia conveniente affidarsi ad un perfetto sconosciuto o comunque a chi non si fa conoscere.

Inoltre, uno specialista non dovrebbe mai dare un qualsiasi tipo di giudizio sulla vostra persona e/o i vostri cari. Non è che deve “sospendere il giudizio” (nell’ambito delle relazioni d’aiuto si parla tanto della sospensione del giudizio)… il giudizio non lo dovrebbe proprio avere! Si dice che questi professionisti non giudicano… ma purtroppo non è vero: molti di essi giudicano, magari non a parole ma con dei cambiamenti ben visibili nel loro viso e che il paziente  vede, eccome (anche il paziente osserva)!

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Poi bisognerebbe sempre scegliere uno psicologo o uno psicoterapeuta che sia il più possibile distante dal proprio ambiente di lavoro e/o ambiente familiare: meno vi conosce, meno sa di voi e più neutrale sarà. So che questa dovrebbe essere la prassi ma poi di fatto non sempre è così.

Ma veniamo alla parte più importante.

Molti non considerano un fatto: cioè che lo psicoterapeuta ha la funzione, come dice il nome, di fare una terapia; questo significa che ci si dovrebbe andare solo se si ha un certo disturbo o disagio molto forte. E ciò che si riceve, pagando, deve essere una vera e propria terapia. Moltissime persone invece ci vanno anche solo per fare un percorso su se stesse (che si potrebbe fare benissimo anche con un “semplice” psicologo), per questo non si rendono conto di cosa devono o non devono aspettarsi e prendono per bravo anche chi, bravo, non è. Mi spiego meglio: se tu non hai nevrosi, ossessioni, depressione, ansia, pensieri suicidi, alcolismo ecc. e vuoi solo esplorare meglio la tua vita e i tuoi obiettivi hai tutto il diritto di andare da uno psicoterapeuta (che comunque ha degli strumenti in più rispetto ad altri professionisti). E se lui ti capisce, se ti senti capito, penserai che la psicoterapia sia la cosa migliore del mondo e la consiglierai a tutti… per un motivo molto semplice: perché tutto sommato stai già bene di tuo, perché la tua sofferenza non è abbastanza forte. Perché appunto, tu in realtà non dovevi fare alcuna terapia e per te andava bene anche “solo” lo psicologo!

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Ma se tu, invece, hai una sofferenza forte, se hai pensieri suicidi, se hai ossessioni, nevrosi, rabbia fortissima che ti fa distruggere tutto ciò che ti trovi davanti e stai facendo una psicoterapia classica, ossia basata esclusivamente sul colloquio, fidati: potresti avere un’altra opinione, perché il colloquio è a mio avviso fortemente insufficiente nel caso di problemi reali e serve – secondo me – a dare più che altro un’importante ed utile sensazione di sicurezza emotiva, cioè a non sentirsi soli in un periodo difficile. I colloqui, infatti, non sono (almeno per quanto ho visto io) una vera e propria terapia al problema (anche se un buon rapporto tra specialista e paziente può avere un potere terapeutico enorme, se si crea)Generalmente, nei colloqui il paziente racconta ciò che ha fatto in quel mese, si sfoga sui suoi problemi sperando che il “dio” psicoterapeuta (perché è visto quasi sempre  proprio come un dio!) glieli risolva. Lo specialista a quel punto, se non usa altre tecniche, fa due cose:  dà dei consigli (anche se per prassi non dovrebbe darli, eppure sovente li dà!)  e/o spiega al paziente il motivo dei suoi comportamenti (per rendere conscio l’inconscio). E questo mi sta bene. Ma il problema, il problema urgente, quella grande sofferenza per cui il paziente ha cercato aiuto,  di per sé rimane. E’ quello il punto! Il paziente esce sfogato, esce compreso, esce commosso ma comunque poi continua a stare male perché lui capisce, ok, ma prima che avvenga la cosiddetta “trasformazione” ci vuole tempo! Quanto tempo? Non si sa! Così lui continua a dire “sì ok, ho capito ma… non ce la faccio!” e questo causa da un lato frustrazione, dall’altro allunga la terapia a tempi indefiniti perché lui continuerà a pensare di essere troppo debole e di avere quindi bisogno di ulteriore psicoterapia. Di fatto, capire la causa di un disagio, capirla a livello logico-razionale, non  sempre – e non necessariamente – equivale a risolverlo. 

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C’è poi da dire che, andando a scavare in profondità, la psicoterapia classica può avere – e spesso li ha – dei tempi troppo lunghi in relazione ai bisogni del paziente (non a caso esiste anche la psicoterapia breve strategica che ha dei tempi molto più veloci e che va dritta al nocciolo del problema urgente). Infatti, sovente si inizia la terapia con un obiettivo, ad es. “sono qui perché voglio superare la paura del buio”; può succedere, però, che ti venga detto che per superarla devi risolvere altri problemi “più profondi”… perché quella paura deriva da altre cose… e così dopo cinque anni può  capitarti di essere ancora lì a parlare di tuo padre, tuo fratello e tuo nonno… magari dimenticando anche il motivo per cui sei andato lì il primo giorno. Se scavare è utile mi sta bene, il guaio è quando tu, dopo tutto quel tempo, dopo tutti quegli scavi, hai ancora paura del buio.

Quindi: se tu vuoi solo fare un lavoro su te stesso è un conto (e se non stai così male puoi andare benissimo anche dallo psicologo); ma per chi ha disagi forti, secondo me, secondo la mia esperienza, i semplici colloqui non credo siano sufficienti e non so fino a che punto possano essere considerati – da soli – una “terapia”. Qual è, infatti, l’agente guaritore? Il colloquio? La consapevolezza che affiora? La relazione di fiducia con il terapeuta? L’affetto che si inizia a provare per il terapeuta? Il contesto? Secondo me è la persona che si guarisce da sola, quando si sente realmente capita e quando intorno a sé trova delle circostanze favorevoli per far uscire fuori il suo potenziale.

Credo quindi che un percorso di psicoterapia classica (cioè basata solo sul colloquio e con la previsione di periodi lunghi) debba essere  associata a qualcosa che scenda subito nell’inconscio, stimolando un cambiamento o un sollievo: lavori profondi sui simboli, psicodramma, arteterapia, floriterapia, mandala, visualizzazioni guidate, costellazioni familiari  ecc., elementi che alcuni professionisti già utilizzano (sono invece contraria al farsi ipnotizzare). Ma soprattutto penso che una persona debba uscire migliorata dalla psicoterapia, cioè più consapevole, invece conosco persone che vanno in terapia da anni e fanno solo chiacchierate sterili, le stesse chiacchierate che si fanno con un’amica al bar. Magari sono anche felici dei soldi che spendono perché avere qualcuno che ti capisce e ti ascolta in un momento difficile è tanto (d’altronde anche io ero sempre molto felice di andare in seduta) però  poi noto che molti di questi specialisti non sempre aiutano le persone a  incontrare i loro fantasmi interiori, la loro ombra, non sempre vanno in profondità. E questo secondo me è molto grave.

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Chiariamo: non sono contraria alla psicoterapia, anzi, proprio perchè l’ho fatta per anni posso dire che – se praticata da professionisti validi – è senza dubbio un ottimo strumento di comprensione e di accompagnamento, ma sono contraria alle illusioni, alle perdite di tempo e al regalare soldi inutilmente. Con l’esperienza che ho adesso (e francamente credo che pochi possano vantare così tanti anni di psicoterapia, counseling e consulenze psicologiche alle spalle) credo che sia necessario  fissare obiettivi chiari e, se possibile, dei tempi entro i quali raggiungerli (con l’aiuto – se necessario –  di strumenti integrativi) e con la giusta divisione dei compiti: io faccio questo; tu fai quest’altro. Bisogna vedere dei risultati tangibili – che comunque devono essere responsabilità di entrambi – altrimenti l’autostima scende anziché salire. Il paziente deve sapere dove si sta andando e deve essere felice del lavoro svolto, visto che si tratta di lui, della sua mente, del suo inconscio e, non per ultimo, dei suoi soldi.  Credo inoltre che se una persona non presenta sofferenze profonde sia giusto fare con lei un percorso psicologico e non di psicoterapia, rendendo così anche più chiara ai pazienti la differenza tra queste due figure.

Infine ritengo che chi lavora in ambito psicologico debba avere non solo una grande cultura accademica ma una grande cultura in generale dell’uomo, nella sua interezza (antropologia, mitologia, simboli, religioni comparate ecc.). Non si può aiutare un uomo senza sapere cos’è un uomo, da dove viene un uomo e che cos’è quella luce che quell’uomo ti sta affidando (la sua anima).

Autrice: dott.ssa Dhyana Cardarelli – Verde speranza blog (www.verdesperanza.net) 

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[Ultima modifica all’articolo: 23 febbraio 2021, ore 15:02]

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2 thoughts on “La psicoterapia vista da un’ex paziente

  1. Salve, bell’articolo, anche se ci sono delle inesattezze e pregiudizi sulla psicoterapia. La psicoterapia non è il colloquio ma si serve di esso. E’ una questione ben più complessa e ci sono approcci che si basano sulle neuroscienze. Ad esempio la psicoterapia emdr basata sulla psicotraumatologia, la quale ha degli effetti a livello neurofisiologico. Queste non sono “chiacchiere”, in quanto la ricerca scientifica ne ha verificato l’efficacia. Ci sono “parti” del cervello che si attivano e modulano in modo più adattivo. Inoltre è grave scrivere che lo psicoterapeuta da consigli. I consigli lo danno gli amici, i parenti. La psicoterapia è altro!! Mi spiace se chi ha scritto l’articolo ha avuto una esperienza di terapia non efficace o con un professionista non adeguatamente formato. La psicoterapia mira anche ad esplorare schemi di funzionamento relazionale basate sul sistema di attaccamento (concetto che ha basi evoluzionistiche condivise con il regno animale), il funzionamento del nostro sistema nervoso autonomo e di come questo influenza la valutazione di ciò che ci accade. Sono d’accordo per la condivisione degli obiettivi ma in questo articolo ci sono molte imprecisioni e inesattezze su cosa è una psicoterapia e su quali sono i meccanismi e processi sulle quali si basa e, inoltre, sugli effetti che ha a livello neurofisiologico. Ripeto, questo quando si parla di una vera psicoterapia. Probabilmente ciò a cui fa riferimento l’articolo è qualcosa che assomiglia più ad un counseling o consulenza o coaching. Scrivo questo perché sono del mestiere e purtroppo ancora oggi nel 2019 si sentono tante cose che non hanno nessun fondamento. E ripeto, spesso esperienze deludenti di terapia portano a vedere la psicoterapia come qualcosa di non così utile. E si, la psicoterapia è utile anche per psicopatologie importanti. Molte persone vittime di abusi sessuali, attacchi terroristici, violenze domestiche, vittime di catastrofi naturali e grandi incidenti (come la tragedia del ponte di Genova) hanno beneficiato di psicoterapie e ora vivono meglio. Ovviamente psicoterapie con approcci validi evidence-based (cioè cin evidenza scientifica). Purtroppo alcuni professionisti sono rimasti ai concetti di 20 o 30 anni fa proponendo terapie basate più interpretazioni discutibili. mi sembrava giusto fornire una visione aggiornata, corretta e che dà il giusto valore ad uno strumento importantissimo. saluti e buone cose. Antonio

    1. Buongiorno Antonio e grazie mille per questo suo intervento.
      Il mio non vuole essere un articolo scientifico sulla psicoterapia, ma sulla mia esperienza in merito (“la psicoterapia vista da un’ex paziente”). Un paziente quando va dallo psicoterapeuta sta quasi sempre male e si affida totalmente a lui, difficilmente possiede gli strumenti necessari per rendersi conto se ha davanti una persona seria oppure no e se quel percorso – fatto in quel modo lì – gli servirà oppure no. Forse l’articolo potrebbe portare una persona a scoraggiarsi dall’iniziare una psicoterapia ma ad una lettura attenta e neutrale si evince che il mio obiettivo non è quello di scoraggiare – perché io nella psicoterapia fatta bene ci credo, ho conosciuto anche professionisti bravi a cui sono tuttora molto grata -, il mio obiettivo è semmai quello di mettere in guardia le persone. Perché di psicologi e di psicoterapeuti oggi, secondo me, se ne vedono un po’ troppi. (Ho infatti scritto: “Chiariamo: non sono contraria alla psicoterapia, assolutamente, anzi la ritengo un validissimo strumento, ma sono contraria alle illusioni, alle perdite di tempo e al regalare soldi inutilmente.”) L’obiettivo dell’articolo è anche quello di stimolare i terapeuti (o almeno una parte di essi) ad una riflessione.
      La ringrazio per aver accennato, nel commento, alla psicoterapia EMDR: non la conoscevo e sono contenta se sta dando buoni risultati. Anzi, chissà che magari qualcuno – passando di qui e leggendola – non riesca a stare meglio proprio con questo nuovo approccio.
      So anch’io che lo psicoterapeuta non dovrebbe dare consigli: “dà dei consigli (anche se non dovrebbe darli, eppure sovente li dà)”. —> Cioè, volevo far capire che a volte li dà pur non potendo.
      Per ultimo: la mia esperienza riportata in questo articolo si riferisce alla psicoterapia e non al counseling (del quale ho fatto anche esperienza); può sembrare che io abbia un pregiudizio ma non è così: il mio è uno “stare in guardia” (chiamiamolo, se vuole, diffidenza) frutto non di una mia fantasia bensì di un percorso molto lungo che è stato concretamente fatto. Sarebbe un pregiudizio se invece dal terapeuta non ci fossi mai andata! La mia è inoltre una presa di posizione: ho fatto un’esperienza e qui ne ho riportato pregi, limiti, proposte e spunti di riflessione, cercando di essere obiettiva circa le conclusioni a cui sono giunta (la mia personale conclusione è semplicemente che il colloquio, senza altre tecniche pratiche, a volte potrebbe non bastare. Non conosco l’approccio EMDR ma se in questo tipo di approccio il trattamento funziona diversamente e i pazienti sono soddisfatti, io ne sono sinceramente felice).
      Gli studi scientifici hanno un valore ma anche le esperienze dei pazienti ce l’hanno, visto che sono i pazienti a scegliere di iniziare o proseguire un percorso e sono loro che pagano. Non si tratta di fondamento: un’esperienza è un’esperienza. E le esperienze dovrebbero essere utili non solo a chi le fa ma anche ai terapeuti stessi poiché così possono capire, se vogliono, dove poter migliorare. Cosa aggiungere e cosa togliere. Dove poter essere più chiari. Perchè a volte forse manca solo un po’ più di chiarezza.
      La ringrazio moltissimo per aver integrato il mio scritto e per avermi dato l’opportunità di chiarire meglio alcuni punti. Le auguro di cuore di poter aiutare molte persone a ritrovare la loro strada. Un cordiale saluto,
      – Dhyana (Verde speranza blog)

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