L’anno scorso – mentre ero su Facebook –  mi capitò di imbattermi con il discorso di Emilie Wapnick “Perchè alcuni di noi non hanno un’unica vera vocazione”. Devo dire che il suo intervento (lo trovate qui sotto con i sottotitoli in italiano) lo trovai da subito  molto interessante e tuttora credo che faccia luce su una categoria di persone piuttosto trascurata anche dagli stessi psicologi. Secondo la Wapnick esiste un gruppo di individui, che lei chiama multipotenziali (e che in passato erano chiamati uomini rinascimentali o uomini universali), che ha molteplici talenti ed interessi e che, per questo,  spesso non sa bene cosa fare nella vita.

Chiariamo subito alcune caratteristiche: come dice la Wapnick, i multipotenziali non sono indecisi per mancanza di stimoli ma perché ne hanno troppi; sono adattabili e talentuosi in vari campi; si dedicano con impegno ed energia a quella che è “la passione del momento” ma poi, raggiunto un certo livello di saturazione, si sentono stufi e sentono il bisogno di passare ad altro (di molto diverso); sono portati a creare qualcosa di innovativo (in poche parole, sono degli individui assai dinamici e creativi).

Il suo discorso mi è piaciuto ma c’è un concetto che non mi ha convinta fino in fondo: può essere realmente possibile che alcuni non abbiano una vera vocazione? Lei sostiene che il concetto di vocazione è molto romanzato nella nostra società; è vero, ma per chi come me ha letto Hillman e per chi ha anche una certa visione spirituale della vita è difficile pensare che “la chiamata” – per alcuni – proprio non ci sia. E’ più probabile, invece, che non la si riconosca come tale.

Faccio un esempio: se un bambino trova la sua soddisfazione suonando ed è felicissimo di suonare perché mai a 16 anni abbandona tutto e dice di voler fare lo psicologo? Possibile che non gli interessi più nulla della musica? Io credo che bisogna osservare bene queste dinamiche perché ad un’indagine approfondita potrebbe venir fuori che questo ragazzo abbia bisogno di studiare psicologia – e magari sarebbe anche un ottimo psicologo, eh! – non  perché la psicologia all’improvviso sia diventata la sua vocazione ma perché ne ha bisogno lui, per capire meglio se stesso, e perché con quel percorso ci dovrà dare un contorno futuro alla sua attività musicale (ma ovviamente lui ancora non lo sa!). –> spiego meglio più avanti.

Quindi, togliendo gli interessi che arrivano nella nostra vita in seguito ad influenze esterne dovrà pur rimanere qualcos’altro in cui è racchiusa, in germe, la nostra vocazione! E cosa rimane? Generalmente rimangono quelle cose in cui eravamo molto bravi e che facevamo solo per il piacere di farle (il bambino summenzionato, più di ogni altra cosa, amava suonare). E secondo me è lì che sta la vocazione! Che poi in essa possano convergere anche più elementi non importa, purché sia un qualcosa  di ben visibile già nell’infanzia

Io credo quindi che la missione di ognuno abbia a che fare con una capacità personale che offra una felicità duratura  (quindi un talento innato, ovviamente da perfezionare, + una profonda felicità nel fare quella cosa); i talenti che invece si hanno ma non si amano in maniera durevole, compresi i vari  percorsi di studi, credo che servano a far crescere l’individuo e a dare un contorno alla sua vocazione principale (per tornare all’esempio di prima, il ragazzo che da bambino amava e suonare  ma poi ha studiato psicologia,  probabilmente farà il musicoterapeuta). 

Foto by Pixabay

“Tutti, all’inizio della gioventù, sanno qual è la propria leggenda personale. In quel periodo della vita tutto è chiaro, tutto è possibile […]. Ma poi, a mano a mano che il tempo passa, una misteriosa forza comincia a tentare di dimostrare come sia impossibile realizzare la leggenda personale. […] Sono le forze che sembrano negative, ma che in realtà […] preparano il tuo spirito e la tua volontà.” (P. Coelho, L’alchimista

Quindi quando scegliamo un settore a cui dedicarci per la vita (anche se poi ci dedichiamo ad esso solo per qualche anno, come succede ai multipotenziali), quando diciamo “sì, questa è la mia vocazione”… dobbiamo capire bene chi è che lo dice! Lo dice davvero la nostra anima o lo dice un qualche nostro bisogno da soddisfare? A volte ci identifichiamo così tanto con le passioni del momento che scambiamo tutto ciò per la vocazione della vita, quando invece quel sogno è un altro e sta ad aspettare chissà dove. E chissà da quanto tempo.

Autrice: Dhyana C. – Verde speranza blog (www.verdesperanza.net)

Ultima modifica all’articolo: 14 novembre 2019, ore 00:11.

Approfondimenti:

-M. Montemagno (video), Come trovare la propria strada nella vita: 3 domande e 2 suggerimenti pratici

-E. Rocchi (articolo), Il treno che passa una volta sola non smette mai di passare

-Si legga anche il mio articolo Conoscere la propria vocazione e realizzarsi. Il fiore di Bach WILD OAT, in cui ho scritto alcune domandine da potersi porre per ritrovare un po’ se stessi.

© Dhyana C. – Verde speranza blog (www.verdesperanza.net). Tutti i diritti riservati. E’ severamente vietato riprodurre questo testo altrove – anche modificando le parole – senza citare la fonte. —> Se non vuoi incorrere in sanzioni, vai a Come usare a norma di legge i miei articoli.

Foto by Pixabay

——————————————–

Leggi anche:

Conoscere la propria vocazione e realizzarsi. Il fiore di Bach WILD OAT

Perché è così difficile scegliere (e come aiutarsi con i fiori di Bach CERATO, SCLERANTHUS e WILD OAT)

Quella sensazione di vuoto  di infelicità (e l’importanza di usare i propri talenti)

Quelle emozioni scambiate per innamoramento (e il ruolo dell’immaginazione)

—> Seguimi su FACEBOOK