Da un po’ di tempo gira sul web un passo che si dice tratto da Il piccolo principe in cui verrebbe spiegata la differenza tra amare e volere bene. La citazione attribuita (erroneamente) al libro – e di cui riporto solo la parte più importante –  è la seguente:

“«Ti amo» – disse il Piccolo Principe. «Anche io ti voglio bene» – rispose la rosa.
«Ma non è la stessa cosa» – rispose lui. – «Voler bene significa prendere possesso di qualcosa, di qualcuno. Significa cercare negli altri ciò che riempie le aspettative personali di affetto, di compagnia. Quando la persona a cui vogliamo bene non ci corrisponde, ci sentiamo frustrati e delusi. Amare significa desiderare il meglio dell’altro. Amare è permettere all’altro di essere felice, anche quando il suo cammino è diverso dal nostro. È un sentimento disinteressato che nasce dalla volontà di donarsi, di offrirsi completamente dal profondo del cuore. Per questo, l’amore non sarà mai fonte di sofferenza. […]»

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Chi, come me, ha letto il libro sa bene che nell’opera non esiste questo passo quindi non cercatelo nel testo e non chiedete a che pagina si trova perché non lo troverete.  L’autore  ha tuttavia il merito di aver indotto molte persone a riflettere su cosa sia l’amore e sulla differenza tra amare e voler bene, tant’è che mi è venuta voglia di scriverci un articolo.
In questa citazione si dice che voler bene significa – praticamente – avere aspettative mentre amare significa non averle, cioè provare un sentimento senza aspettarsi nulla in cambio. L’autore (di cui non sapremo, forse, mai il nome)  offre una visione piuttosto buddhista dell’affetto infatti lui parla del volere bene come attaccamento e dice che se soffri per amore è perchè in realtà eri attaccato a quella persona cioè perché, secondo lui, le hai voluto bene anziché amarla.

A mio avviso questa visione del volere bene è errata; secondo me infatti le aspettative non c’entrano nulla né con il volere bene né con l’amare. Noi sappiamo ad esempio che in inglese si usa il verbo to love sia per indicare l’affetto che si prova verso un amico sia per indicare l’amore; in spagnolo invece troviamo il verbo querer per indicare il volere (nel senso di desiderare qualcosa), il provare affetto amichevole e l’amare. Il verbo amar indica invece un affetto molto più profondo, forse spirituale.

Per me volere bene ed amare in realtà sono (o comunque dovrebbero essere)  la stessa cosa perché hanno la stessa radice cioè appunto il volere il massimo bene per l’altro, il volere sinceramente la sua realizzazione personale, rispettare i suoi ideali, volerlo vedere felice.  Questo modo (sano) di amare si può estendere a tutto il creato: amare un animale, ad esempio, significa rispettare i suoi bisogni e la sua natura. Non trovo quindi strano che gli inglesi abbiano un solo verbo per un sentimento che tutto sommato, sì, lo penso anch’io: a livello sentimentale è sempre quello. Le aspettative e gli attaccamenti secondo me hanno a che fare con un modo un po’ distorto di relazionarci agli altri, sono causate spesso dai bisogni del nostro ego, dalle nostre paure, dalle nostre ferite, a volte dalla nostra bassa autostima e dal nostro timore di assumerci responsabilità. Questa proiezione crea conseguenze negative nei rapporti con gli altri, ad esempio se io mi sento frustrata potrei cercare qualcuno su cui scaricare quelle frustrazioni per evitare di guardarmi dentro: molte mamme con bassa autostima hanno grandi aspettative sui propri figli perché li vedono come un mezzo per riscattare se stesse, cioè per dimostrare a se stesse (e agli altri) quanto sono “brave”. Questo però – per quella che è la mia visione – non significa né amare i figli né volere loro bene: significa che tu non hai risolto alcuni tuoi disagi e di conseguenza non riesci a rispettare la natura di tuo figlio. A mio avviso un sentimento quando è sano è sano, indipendentemente che sia un volere bene o un amare.

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E allora cosa cambia tra amare e voler bene? C’è o non c’è una differenza? Secondo me le differenze sono due: 

1) la componente romantica (e di conseguenza anche un po’ immaginativa) che esiste nell’amore ma che manca nel voler bene. Se voglio bene ad una persona vivo questo affetto nella quotidianità, ma raramente ci fantastico sopra. Nell’amore invece c’è anche un certo senso di spiritualità, di eternità, cose che alimentano l’immaginazione (talvolta anche facendo correre dei rischi, se si finisce per scambiare quell’immaginazione per realtà, come ho scritto nell’articolo Quelle emozioni scambiate per innamoramento);

2) ciò che tu ti senti disposto a fare – e fai realmente –  per quella persona (o quella cosa): se voglio bene a John voglio che John sia felice, ma per renderlo felice non scalerei le montagne. Se invece amo John, o amo un progetto, o amo un animale allora sono disposta a fare molte più cose. Il libro de Il piccolo principe infatti parla proprio di questo, cioè dell’amore come fare, come insieme di azioni, come cura: “E’ il tempo che hai perso per la tua rosa che l’ha resa così importante”. Quindi:

se amo faccio.

E più faccio più amo.

E più amo più faccio.

Perché l’amore nasce – e si manifesta – con le azioni. Con tante azioni.

Autrice:  Dhyana C. – Verde speranza blog (www.verdesperanza.net)

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