1) A COSA SERVE L’UNIVERSITA’?

Sono già diverse volte che mi capita di leggere su Facebook post di alcuni professionisti – in particolare coach – che ritengono più efficace l’investimento su una formazione personale (seguire esclusivamente corsi su misura per ciò che si desidera fare) anziché su una formazione universitaria che, a quanto pare, sembra non preparare adeguatamente da un punto di vista lavorativo (tranne che per determinate posizioni). Ora, c’è una cosa importante da chiarire: fare l’Università è un’esperienza vasta, ricca e complessa e chi la svaluta – a mio avviso – dice una grande bestemmia. L’Università  forma la persona:

– da un punto di vista sociale, perché si creano amicizie con individui che hanno i propri stessi interessi e si conoscono i professori (alcune di queste amicizie possono durare tutta la vita e/o trasformarsi in collaborazioni lavorative). Inoltre, per chi frequenta le lezioni fisicamente ed ha la possibilità di prendere una casa, si tratta sovente della prima possibilità per andare a vivere fuori ed  insieme ad altri studenti;

– da un punto di vista culturale, perché la vera cultura ha un certo spessore e si fa studiando su molto materiale e frequentando certi ambienti (fisici e virtuali), non prendiamoci in giro!;

– da un punto di vista organizzativo e metodologico, perché bisogna imparare ad organizzarsi le materie, le lezioni, lo studio e – per chi ha una casa lì – le bollette, la spesa e tutto il resto;

– da un punto di vista personale, perché si cresce e, tranne in gravi casi di insuccesso, la propria autostima aumenta.  E aumenta anche la propria credibilità sociale, una volta che ci si è laureati (e questo – in un certo senso – è anche un rischio, di cui parlerò dopo).

Oggi si vuole fare tutto studiando poco, si pensa di poter ottenere tutto facendo solo pratiche ed esperienze, senza passare sui libri. Vi sbagliate, perché lo studio serve. Sapere le cose serve. Non basta solo saperle fare, serve anche saperle teoricamente ed averle assimilate. Questa cosa che oggi va di moda l’ignoranza, un’ignoranza così ben sponsorizzata da sedicenti professionisti con una cultura superficiale – e che vogliono farvi credere che è possibile farsi molti soldi proprio rinunciando alla cultura – io la trovo spaventosa. Quindi per favore, non venitemi a dire che l’Università non serve, perché è vero, da un punto di vista professionale forse non vi darà subito  il lavoro dei vostri sogni e dovrete investire anche su altro – questo mica lo nego! –  ma vi darà molto di più, che vi servirà nella vita: ad esempio vi darà gli strumenti per capire se un coach sta cercando di fregarvi oppure no! 

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2) CULTURA E NOZIONISMO

Ci sono poi determinate persone che hanno studiato per molti anni e che possiedono un sapere apparentemente straordinario ma al tempo stesso vuoto; non hanno un’idea propria sugli argomenti di cui parlano e neanche la vogliono avere. Ebbene, questa non è cultura (anche perché credo che la cultura si faccia anche con le esperienze di vita), è – bensì – nozionismo e bisogna fare molta attenzione a non scambiare una persona nozionistica per una persona realmente colta. Da questo punto di vista l’Università, se fatta come si deve, potrebbe aiutare molto (chiaro che le mele marce le trovate anche fra i laureati).

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3) LA LAUREA E LA CREDIBILITA’ SOCIALE

Detto questo, ci sono alcuni aspetti da considerare per quanto riguarda il modo di porsi dopo la laurea, che non dovrebbe mai essere un modo di porsi troppo presuntuoso, infatti se lo studio non è accompagnato da una certa dose di onestà intellettuale e di intelligenza rischia di trasformarsi solo in un mezzo per valorizzare il proprio ego; anzi, come spesso accade, il titolo può diventare anche un’arma per manipolare le persone meno informate. Alla fine di tutti i miei corsi e percorsi, ciò che ho imparato è che non esiste una verità assoluta (ognuno si crea la propria); di conseguenza osservo sempre con un certo stupore, misto a diffidenza, quelli che pretendono di avere la verità in tasca solo perché sono qualificati in un determinato campo: “ti dico da maestra che…”, ” da infermiere ti dico che…”, ” da psicologo ti dico che…” come se – siccome quella cosa la dice uno psicologo – debba essere presa per forza come la parola di Dio e tu non abbia alcun diritto di replicare o di presentare una versione diversa dei fatti. E se ci fosse dell’altro? E se magari fossi psicologa anch’io e tu non lo sai? E se forse alla fine ne sapessi anche piú di te?

Occhio: non sto parlando delle esperienze lavorative, perché se – ad es. –  tu hai lavorato per dieci anni con i bambini è ovvio che conosci molto bene le problematiche familiari di oggi e via discorrendo, sto parlando del pensare di avere la verità in tasca e che questa verità debba essere valida per tutti solo perché chi la espone si presenta al mondo con la propria qualifica che, come dicevo prima, lo rende credibile. La credibilità  sociale, però, non deve sfociare nella presunzione: per me questo modo di porsi (“da x ti dico y”) è errato in partenza  perché si dà per assodato che l’altro, di cui spesso si sa ben poco, abbia torto e/o che non abbia nulla da offrire.

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A mio avviso bisognerebbe diffidare anche da chi – dopo aver studiato – “predica bene e razzola male”, un po’ come quelli che cercano di insegnare ai bambini il rispetto della natura e della raccolta differenziata ma poi sprecano davanti agli alunni quintali di carta, dando un esempio contraddittorio  con quanto  veicolato. Che senso ha parlare di ciò che si dovrebbe fare se poi non lo si fa?  Il sapere dovrebbe essere seguito da una certa coerenza pratica, altrimenti restano solo parole inutili. Molti pensano  di poter ispirare gli altri a parole: è vero solo in parte poiché –  da quanto mi risulta – gli altri si ispirano molto di più vedendo fare le cose, e vedendole fare dalle persone che stimano. 

Ecco perché l’istruzione (e qui parlo di istruzione in generale, sia universitaria che non), per essere efficace  deve essere seguita necessariamente da un cambiamento, che deve essere prima di tutto mentale (nel modo di ragionare e di vedere le cose) e  poi anche concreto, cioè nel modo di agire all’interno del mondo. Studiare seriamente significa assumersi delle responsabilità; sarà anche per questo che oggi non vuole farlo più nessuno?

Autrice: Dhyana C. – Verde speranza blog (www.verdesperanza.net)

NB. Questo articolo, sebbene riporti come giorno di pubblicazione il 16 giugno 2018, è stato scritto precedentemente (sempre nel 2018) ed era già uscito sul Verde speranza blog ospitato da Wix e Altervista.  – Ultima modifica all’articolo:  19 gennaio 2020, ore 19:18.

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