Quando il lavoro diventa una scusa (il mito del “grande lavoratore”)

“Eh ma tu sei fortunata, tuo marito è davvero un grande lavoratore”. A chi non è mai capitato di ascoltare questa frase? Chi come me ha più di 35 anni è stato influenzato, almeno in parte, dall’idea – appartenente alla generazione precedente – che essere dei grandi lavoratori sia un qualcosa da onorare.

Ma approfondiamo la questione: cosa significa essere un grande lavoratore? A livello linguistico significa semplicemente essere attivi, applicarsi molto sul proprio operato; e fin qui non ci sarebbe nulla di male. Ma nell’immaginario collettivo il grande lavoratore è una sorta di supereroe, un uomo misteriosamente instancabile che rinuncia a molti aspetti della sua vita a favore della sfera lavorativa. Quando si parla di grande lavoratore ci si riferisce quindi ad una persona che dedica quasi l’intera giornata alla sua professione; se poi questa professione richiede anche sforzi fisici, il soggetto (generalmente un uomo ma può essere anche una donna con una forte energia marziale) diventa quasi orgoglioso perché “vedi, io non solo lavoro tanto e porto i soldi a casa ma sono anche forte fisicamente! Non mi stanco mai!”

Peccato che poi queste persone, arrivate a casa la sera, crollino sul letto. E a quel punto la giornata è finita.

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Chiariamo: che con i soldi guadagnati ci si possano fare molte cose non lo nego, ma – mi chiedo – questo genere di persone se li gode quei soldi? Se lavora in continuazione quando va in vacanza? Quando va a cena fuori? Quando porta la famiglia al mare? Cosa ci farà, alla fine, con tutti quei soldi?

Ma, soprattutto, va detto che questo comportamento non è sano. Essere malati di lavoro, obiettivamente, non è normale. E perché non è normale? Perchè alla base vi è innazitutto – senza dubbio – una grande disistima che porta il soggetto a voler dimostrare agli altri il proprio valore. E siccome questo valore riesce a dimostrarlo solo attraverso gli sforzi fisici, lui/lei fa leva su quello (comportamento altamente pericoloso perché il fisico prima o poi crolla o ti costringe a fermarti attraverso incidenti più o meno gravi). In poche parole questa apparente dedizione al lavoro non ha come base un reale piacere personale ma un bisogno di approvazione da parte della società o forse di una persona specifica che può essere in vita o – magari – anche morta, qualcuno che forse gli/le ha detto “tu non vali niente” oppure “tu non hai voglia di lavorare” o, chissà,  neanche lo ha detto ma lo ha fatto percepire.

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Così si passa la propria vita a rincorrere un riconoscimento esterno che probabilmente neanche arriverà mai, a discapito di tutti gli altri aspetti dell’esistenza. Quindi: persone forti, brave a lavorare, okay, ma il resto? Sei capace di fare altro? Sei capace di dare affetto alla tua famiglia? Perchè se sei bravo solo a lavorare c’è qualcosa che non va. Se dedichi al lavoro 10 ore al giorno e arrivato a casa crolli sul divano – e ti sta bene così!! – c’è qualcosa che non va.

Ma c’è di più: per molte persone il lavoro, il lavorare tanto, diventa una scusa, una scusa perfetta per trascurare la famiglia, gli affetti, gli impegni, i figli. “Eh ma io sono tornato adesso dal lavoro!” (alle ore 20:00, dopo 12 ore fuori). “Eh ma io non ci sto mai, che ne so?”. Bene, sarebbe ora di piantarla. Sarebbe ora di crescere un po’, di superare questa disistima e di assumersi le proprie responsabilità come adulti e non solo come lavoratori. Perchè se decidi di stare con qualcuno, di avere una famiglia, di avere degli amici non puoi fregartene così. Se lo fai significa che il tuo lavoro è diventato una scusa e l’esempio più classico è dato da quegli uomini che persino dopo la pensione, persino quando potrebbero godersi il meritato riposo, si cercano un lavoro. Pur di non stare a casa. Pur di non affrontare i problemi con moglie e figli. Pur di non guardarli in faccia, questi figli, figli che hanno un genitore fantasma, un genitore mai visto e mai conosciuto. E loro, i cosiddetti “grandi lavoratori”, si vantano, si sentono pure meritevoli di lode.

Ma la verità, mi spiace dirlo, è che si è poco coraggiosi.

Autrice: dott.ssa Dhyana Cardarelli – Verde speranza blog (www.verdesperanza.net)

[Ultima modifica all’articolo: 14 febbraio 2021, ore 12:16]

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